La crescita dell’export di vino italiano legato a Stati Uniti e Asia

La crescita del vino italiano è legato ai consumi dell’Asia e degli Stati Uniti. Lo confermano i dati elaborati da Wine Monitor Nomisma, secondo cui lo spostamento dei consumi mondiali di vino dai Paesi tradizionalmente produttori e consumatori (come Italia, Francia e Spagna) verso nuove aree di consumo ha infatti dato un forte impulso agli scambi internazionali di settore, che nel giro di 15 anni sono quasi raddoppiati arrivando a quasi 26 miliardi di euro nel 2014.


«E la crescita dei consumi nei nuovi mercati continuerà ancora – osserva Denis Pantini, direttore dell’area agroalimentare di Nomisma – Nel Far east per l’adozione di modelli alimentari occidentali e la crescita del reddito, nel Nord america perché oggi il 40% dei consumi di vino è concentrato in soli cinque Stati e tende a spostarsi anche negli altri, specie per il fenomeno dell’abbandono della birra».
I produttori vitivinicoli italiani hanno colto al volo le nuove opportunità di business derivante dalla globalizzazione: nel decennio 2004-2014 le vendite di vino made in Italy sui mercati esteri sono passate da 2,8 a 5,1 miliardi di euro. L’importanza del ruolo dei mercati internazionali per il vino è confermata dal fatto che nel 2014, per la prima volta, le esportazioni a volume hanno raggiunto dimensioni analoghe ai consumi interni: poco più di 20 milioni di ettolitri. «Non a caso negli ultimi anni il fatturato del settore è stato trainato dalla domanda estera – aggiunge Pantini – un dato che è destinato ad accentuarsi ancor di più negli anni a venire. Per esempio nel primo trimestre del 2015 il nostro export in Cina è balzato del 40%».


Negli ultimi 15 anni i consumi interni italiani sono scivolati del 34% a cui va aggiunto un -9% stimato entro il 2019. Va però sottolineato che si beve meno ma meglio: cioè la qualità del prodotto è migliorata e anche il valore alla fine è superiore al passato.
Nella classifica regionale dell’export di vino nel 2014, il Veneto ha allungato il vantaggio crescendo di oltre il 5% a circa 1,7 miliardi e, soprattutto, grazie ai due driver del Prosecco e dell’Amarone; seguono Piemonte (+1,6% a 984 milioni) e Toscana con +1,9% a 761 milioni.
Tra le regioni al top, ha sofferto molto l’Emilia Romagna: -20% a 310 milioni. «L’Emilia Romagna – spiega Pantini – è ancora molto legata all’export di vino sfuso. E i prezzi dello sfuso l’anno scorso sono scesi molto dopo l’offensiva del vino spagnolo». Peraltro un terzo del vino made in Italy è ancora costituito dallo sfuso, in particolare esportato verso la Germania.


Nella classifica regionale, balza del 20 e del 10% l’export di Friuli e Campania ma partono da una base export limitata, da 90 a 40 milioni.
La Survey di Wine Monitor sugli operatori internazionali, ha misurato anche la brand awareness dei territori vinicoli europei e ha messo in luce le principali zone di produzione di vini di successo: ben sei regioni sono italiane. Tra queste primeggia ancora una volta il Veneto – che sembra aver ormai conquistato una sorta di leadership nel panorama dell’export enologico internazionale – seguito nell’ordine da Toscana, Sicilia, Piemonte. Ma è anche il consumatore a dare il più importante riconoscimento alla Toscana: l’indagine Wine Trend World di Wine Monitor indica che il 21% dei consumatori di vino degli Stati Uniti individua proprio nella Toscana la regione che produce i vini che apprezza di più. Un riconoscimento al territorio che rappresenta certamente una leva strategia da potenziare.

 

Fonte Sole 24Ore